Biotestamento, un traguardo storico per le libertà civili

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Dopo mesi di ostruzionismo, decine di migliaia di emendamenti e paradossali discussioni infarcite di sciocchezze oscurantiste, il Parlamento ha finalmente approvato in via definitiva la legge sul testamento biologico. Ci son voluti molti anni di battaglia civile perché l’Italia arrivasse ad avere una legge sul fine vita, tanto ostinata è stata la resistenza del fronte del “no” promosso dagli esponenti più intransigenti del cattolicesimo conservatore. Anche stavolta si sono posti ostacoli di ogni genere evocando la sacralità della vita contro una legge di morte, ma negando l’evidenza del fatto che questa legge non ha niente a che fare con l’eutanasia. Stiamo parlando, infatti, di “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”.

Il provvedimento definisce e regolamenta il consenso informato su cui si fonda l’alleanza terapeutica fra medico e paziente, atto nel quale la libertà di scelta del paziente si incontra con la responsabilità e competenza professionale del medico. Attuando l’articolo 32 della Costituzione si riconosce a ogni cittadino il diritto di essere informato sulle sue condizioni di salute, su rischi e benefici delle cure indicate, nonché di accettare o rifiutare i trattamenti sanitari, o revocare il consenso dato. In questo contesto la legge introduce le Disposizioni Anticipate di Trattamento(Dat): una persona in grado di intendere e volere, in previsione di una eventuale incapacità di autodeterminarsi, esprime anticipatamente le proprie preferenze in relazione al consenso o rifiuto di scelte terapeutiche o specifici trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali.

Le Dat sono redatte con atto pubblico o scrittura privata autenticata consegnata all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune o alle Strutture Sanitarie delle Regioni per essere annotate negli appositi registri. A tutela della propria volontà il paziente può nominare un fiduciario che all’occorrenza possa farne le veci nelle relazioni col medico e le strutture sanitarie. Il rispetto della sua volontà è vincolante ed esime il medico da ogni responsabilità, ma non dal dovere di garantire le necessarie cure palliative per l’accompagnamento nel fine vita. É previsto inoltre che il paziente affetto di patologia cronica con esito infausto possa stipulare preventivamente un patto col medico che lo accompagnerà nel decorso della malattia fino alla fine.

Le critiche più forti alla legge si sono concentrate proprio sul tema della nutrizione o idratazione artificiale, pratiche che la letteratura scientifica classifica senza alcun dubbio fra i trattamenti sanitari, e come tali sottoposte al consenso informato. Il che presuppone il diritto di ogni persona libera e consapevole di dire sì, ma anche no alla cura, in coerenza col principio dell’articolo 32. Del resto, le accuse di eutanasia mascherata appaiono del tutto infondate in considerazione della sostanziale differenza che c’è fra provocare la morte in modo attivo e assistere il paziente nell’accompagnamento alla morte, evitandogli inutili sofferenze nel rispetto della sua volontà.

Il lungo dibattito ha prodotto un testo equilibrato, che rappresenta un grande passo avanti per le libertà civili in Italia e colma finalmente il vuoto normativo su un tema complesso, spesso al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e mai risolto dal legislatore. Ma, anche se la politica non riusciva a decidere, la sensibilità diffusa del Paese da tempo stava cambiando, grazie alla battaglia condotta per anni da Beppino Englaro, alla commozione suscitata dalla vicenda del dj Fabo costretto a recarsi in Svizzera per porre fine alle sue sofferenze, in ultimo all’appello del cattolico Michele Gesualdi malato di Sla, sottoscritto da decine di migliaia di cittadini. Il Paese era pronto e aspettava che la politica si decidesse a dare forma giuridica al diritto di ogni persona a una morte dignitosa.

Stavolta il Parlamento ha fatto il suo dovere: la legge è infatti esclusivamente di iniziativa parlamentare, nasce dell’unificazione di proposte di gruppi diversi, è stata approvata con un’ampia maggioranza trasversale, il Governo si è tenuto giustamente fuori dal dibattito. È stato un lungo iter, con molte audizioni di esperti, nove mesi di confronto in Commissione e un complesso dibattito in Aula: un percorso serio, di fronte al quale appaiono tanto più ingiustificati i toni da scontro ideologico e l’ostinazione di chi ha tentato con ogni mezzo di affossare il provvedimento.