Elezioni: lo scontro a sinistra può solo favorire la destra

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Con le feste di fine anno, in lieve anticipo rispetto alla scadenza naturale, calerà quindi il sipario sulla XVII legislatura. Fra pochi mesi avremo un nuovo Parlamento e un nuovo Governo, probabilmente di diverso colore politico perché la prospettiva che dalle urne escano le condizioni per una maggioranza di centrosinistra appare oggi assai complicata. Non può certo essere motivo di consolazione il fatto che un po’ dovunque in Europa la sinistra non se la passi tanto meglio, né serve a molto recriminare sulle vicende che hanno portato a questa situazione, dalla scissione che nei mesi scorsi divise il Partito democratico ai molti errori seguiti poi da una parte e dall’altra.

Oggi è un dato di fatto che una legge elettorale pensata per favorire le aggregazioni fra i partiti ha consentito alle destre di rattoppare la sua improbabile alleanza, mentre a sinistra non si è stati capaci di costruire una seria coalizione. È quella che si dice l’eterogenesi dei fini: la legge che abbiamo voluto per arginare il rischio Cinque Stelle finisce per produrre l’effetto opposto, polarizzando la competizione fra Movimento Cinque Stelle e destra, con la sinistra divisa e marginalizzata che va incontro alla sua campagna elettorale più difficile da molti anni a questa parte.

È fin troppo scontato, ma giova sempre ripeterlo, che una competizione tutta interna al campo della sinistra, segnata da reciproche scomuniche e accuse di tradimento, finirebbe solo per favorire la destra. Da sempre, quando la sinistra si divide vince la destra, e quella che vediamo avanzare oggi nei consensi è la destra peggiore, che porta la responsabilità delle scelte economiche e sociali all’origine della crisi ma pretende di farne pagare il prezzo ai più deboli, che sposa con disinvoltura i toni di un populismo distruttivo e strizza l’occhio a tentazioni autoritarie e pulsioni neofasciste.

Di fronte a una minaccia del genere le forze progressiste non dovrebbero avere esitazioni nel convergere attorno a un programma comune. Ragionevolmente, i legittimi dissensi nel campo del centrosinistra non possono portare a negare i meriti che i governi Renzi e Gentiloni hanno avuto in questi ultimi anni nel sostenere la crescita e gli investimenti, ridurre le disuguaglianze, rafforzare le politiche sociali, far avanzare i diritti e le libertà civili. Scelte del resto condivise fino a ieri anche da chi poi ha deciso di lasciare il Partito democratico. Al tempo stesso, riconoscere e rivendicare con orgoglio le molte cose buone fatte in questa legislatura non può impedirci di vedere errori e ritardi che ci sono stati e che devono essere corretti.

Si può fare di più per agganciare le opportunità della crescita, puntare sull’innovazione e la riconversione ecologica, investire nel patrimonio culturale, nella formazione e nella ricerca, puntare sull’efficienza del sistema pubblico, ridurre squilibri e disuguaglianze attraverso una più forte azione redistributiva. Dalla crisi non usciremo con le ricette che l’hanno prodotta, ma solo cambiando paradigma, ripensando le politiche per lo sviluppo, il lavoro e il welfare, nel segno della sostenibilità e dell’inclusione sociale. Una sfida che deve coinvolgere il mondo delle imprese, dei sindacati, degli attori sociali; un progetto del quale il Partito democratico può essere il perno, il motore, a condizione però che sappia essere inclusivo, che eviti la sindrome dell’accerchiamento e la tentazione dell’autosufficienza.

Se si capisce questo si deve anche evitare di portare acqua ai professionisti della paura e dello sfascio con una campagna elettorale tutta di scontro nella nostra metà del campo. Nella consapevolezza che l’avversario vero sta dall’altra parte, e che comunque vada ci sarà un dopo, e ci sarà parecchio da fare per ricostruire l’identità e il progetto di un campo largo di forze capace di parlare in modo credibile al popolo della sinistra.